a cura di Giuseppe Liguori

Braciglianesi Illustri

R. P. Angelo Zampino

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Nacque il 22 aprile 1671 e fu battezzato nello stesso giorno col nome di Domenico. Il 2 luglio 1686, a 15 anni, indossò le serafiche lane nel convento di S. Maria d'Avigliano di Campagna, ove professò la regola francescana lo stesso giorno dell'anno seguente. Ordinato Minorista il 2 giugno 1688, Suddiacono il 21 maggio 1692, Diacono il 16 maggio 1693, fu consacrato Sacerdote il 18 ottobre 1694. Con il dono della vocazione alla vita francescana e sacerdotale, P. Angelo ricevette la grazia della vocazione missionaria; perciò, appena ordinato sacerdote, chiese ai superiori di essere destinato al collegio di S. Pietro in Montorio, ove si preparavano i sacerdoti francescani destinati alle missioni tra gl'infedeli. Le sue ottime qualità gli fecero ottenere quanto chiedeva. Terminato il corso di studi prescritti e superato brillantemente gli esami presso la Sacra Congregazione di Propaganda Fide, si attendeva di essere inviato in Cina, secondo il desiderio espresso; invece i superiori, in data 3 luglio 1696, lo destinarono alla missione albanese.

 

Fu assegnato precisamente alla stazione missionaria di Pulati, ove profuse i tesori del suo grande zelo, dando vita a un  

cenacolo di anime elette, che costituiscono da sole la testimonianza più eloquente dell'efficacia del suo apostolato, del suo intrepido coraggio per la causa della fede e prima ancora della sua fervida vita interiore squisitamente francescana. Questi aspetti della sua personalità e della sua attività apostolica sono messi in risalto negli annali delle missioni francescane, dal titolo Orbis Seraphicus. Da una delle pagine fondamentali per la biografia di P. Angelo apprendiamo che egli diede vita in Albania a una larga schiera di anime verginali innamorate a tal punto della purezza da affrontare persecuzioni, scherni, rischi, maltrattamenti e persino la morte.

Gli Albanesi, leggiamo negli annali citati, non stimavano la verginità; la loro ambizione più alta era quella di una larga fecondità. Ma molte persone di ambo i sessi, infiammati dalla predicazione di P. Angelo, elessero di vivere nella verginità. Le difficoltà iniziali per realizzare il loro proposito furono serissime. Dediti nella grande maggioranza alla pastorizia, essi vivevano in una promiscuità propria dei popoli primitivi. Tuttavia l'amore per la verginità fu tale, che le donne costrette a vegliare sulle greggi si costruirono tuguri a parte, affinché la loro purezza non corresse rischi. Più tardi le opposizioni crescono, specialmente a opera dei musulmani; ma le anime elette decidono di praticare una vita sempre più austera e santa: oltre al rosario recitano anche l'ufficio dei nostri fratelli laici, praticano la meditazione, osservano i digiuni della Chiesa e della regola francescana (da Ognissanti a Natale) aggiungendone altri nelle novene della nascita e dell'assunzione di Maria, di S. Michele, di S. Francesco e di S. Antonio, portano il cilizio.

 

Il testimone oculare P. Ilarione Wolgernuet, tirolese, al quale è dovuta questa preziosa testimonianza sulla vita di P. Angelo, aggiunge che in Albania, ai tempi di P. Angelo, vigeva la cattiva usanza di promettere in ispose le figliole, quando esse erano ancora in tenera età e spesso senza che le interessate lo sapessero; giunte in età da marito, esse erano costrette a sposare l'uomo prescelto, lo volessero o no, per evitare liti che spesso arrivavano al sangue. Tra le fanciulle promesse, molte, attratte dall'ideale verginale, decisero di non arrendersi. Per proclamare il loro fermo proposito, indossavano una veste di ruvida lana, a forma di sacco, si cingevano di una rozza corda e si coprivano il capo con un pezzo di stoffa, come piccole figlie di S. Chiara. Ne nascevano putiferi inimmaginabili. I missionari, preoccupati di quanto accadeva e temendo che ne derivassero conseguenze disastrose per la continuità della loro opera nella zona, invitavano le giovani a desistere; « solo P. Angelo non era scosso da alcun dubbio, anzi, felice dell'eterna vittoria che andava maturandosi, preparava ulteriori progressi »).

Se la migliore testimonianza della validità di un’ opera  costituita dai suoi frutti, secondo il criterio additato da Gesù, dob­biamo dire che per P. Angelo non potremmo desiderarne una più evidente e luminosa. Un sacerdote che riesce a suscitare tanto entusiasmo per un ideale di vita altissimo e difficile dimostra di aver capito a fondo il significato della vita cristiana e di averlo saputo trasfondere in modo limpidissimo nelle anime da lui dirette. Possiamo capire da questa pagina in quale grado P. Angelo sentisse e vivesse la sua consacrazione totale a Dio e a quale fonte si alimentassero il suo coraggio e il suo dinamismo apostolico. Un altro campo di attività apostolica di P. Angelo fu la liberazione degli ossessi. Sui demoni aveva acquistato tanta padronanza, che spesso li costringeva a proclamare a gran voce la bellezza della purezza e delle altre virtù e la bruttura del peccato. Avveniva così che gli uomini, quasi atterriti dalla potenza di P. Angelo, rinunziassero più d'una volta alla sposa promessa quando questa manifestava il proposito della verginità. In qualche caso, leggiamo nella stessa pagina degli annali, l'ostinazione fu punita severamente: qualche uomo vide la sua promessa sposa, invasata dal demonio, cadere in stranezze furiose e ridiventare libera solo dopo aver ottenuto il consenso per una vita verginale.

Ma non è che i demoni se ne stessero: cacciati da uno, si rifugiavano in un altro e con manifestazioni così violente da raggiungere spesso il parossismo. I superiori, estremamente preoccupati della situazione, decisero di allontanare P. Angelo per constatare se la virulenza dei demoni fosse diretta contro la sua opera. Avvenne l'inimmaginabile: lo stesso P. Ilarione Wolgemueth, mandato a sostituire P. Angelo, racconta che non era possibile neppure celebrare la Messa, giacché, attraverso gli ossessi, i demoni strappavano arredi sacri e suppellettili, trascinando via tutto dall'altare. Una domenica P. Ilarione, quasi ispirato da Dio, uscì in questa espressione: « Se Dio onnipotente per difendere il proposito delle fanciulle ha dato sino a questo momento piena libertà di azione a voi demoni, le stesse fanciulle e Nostro Signor Gesù Cristo vi comandino ora di astenervi immediatamente da ogni tumulto sino alla fine della Messa ». Lo strepito cessò im­mediatamente; ma per riprendere subito dopo la Messa. Venne sul posto il vescovo di Pulati, Mons. Marino Gini, ma fu inutile. Alla fine fu richiamato P. Angelo e il tumulto cessò. Dopo essersi abbondantemente diffusi sull'attività esorcistica di P. Angelo e sugli sviluppi dell'associazione fondata dallo zelante missionario, gli annali concludono dicendo: « Pauca diximus;multo autem maiora dicenda, sed consulto satis dixisse arbitramur »).

Da un'altra pagina degli stessi annali siamo informati sulla eccelsa carità di P. Angelo.

 

Nel villaggio Sciossi convivevano peccaminosamente un uomo e una donna. Essendo la donna in fin di vita, il prefetto della missione P. Clemente da Potenza fu chiamato al suo capezzale. La parola del religioso convinse i due a detestare la vita trascorsa e a formulare propositi di vita cristiana per l'avvenire. Tocchi dalla grazia divina, ambedue i peccatori suggellarono con giuramento i loro propositi; così poterono ricevere anche la S. Comunione. I sacramenti ricevuti ‑ nota il cronista degli annali ‑ anche corporale. Rimessasi perfettamente in salute, ella perse­verò nei buoni propositi, dimostrando una costanza veramente eroica. L'uomo, infatti, presto vacillò; sicché ricominciarono le lusinghe, le minacce, i tentativi. Ma la donna, pur essendo costretta ad abitare nella stessa casa, seppe essere coerente con se stessa, senza mai cedere. Fu allora che l'uomo diventò furioso e propose di vendicarsi, colpendo colui che era all'origine del ravvedimento. Così il primo agosto del 1708, munito di arma da fuoco, si diresse alla stazione missionaria di S. Bonaventura come un energumeno. Adocchiato un frate, senza preoccuparsi nep­pure di accertarsi se si trattasse del prefetto della missione, si avvicinò e, giunto a pochi passi, lasciò partire un colpo micidiale. Il frate era il nostro P. Angelo. Il colpo sparato a bruciapelo lo fece cadere tramortito e certamente lo avrebbe ammaz­zato senza un particolare intervento di Dio. Subito riavutosi dal colpo, il missionario si alza e corre verso l'attentatore gridando: « Il Signore ti perdoni questa cattiva azione, come ti perdono io. Guai a colui che volesse far vendetta di questa offesa ».

Ma quello scalmanato, in preda alla furia, afferra un sasso e lo scaraventa contro il missionario, colpendolo alla testa. Pur abbattuto, P. Angelo mormora parole di perdono e di invito al ravvedimento. Incredibile! Quel forsennato riprende a scagliare pietre. A questo punto accorrono i vicini, destati dallo strepito. Essi trovano P. Angelo disteso nel proprio sangue, mezzo morto. Lo sollevano e lo trasportano in convento. Nel sollevarlo però si accorgono che, benché l'abito e il cappuccio siano rimasti bru­ciati dal colpo dell'arma, sul corpo non c'è alcuna ferita; lo spar­gimento di sangue era stato prodotto dal colpo del sasso alla testa. Una lividura alla schiena però denunciava il colpo dell'arma da fuoco, il proiettile della quale veniva ritrovato nel cappuccio. Così P. Angelo si mostrò un vero maestro di vita cristiana, come era stato ritenuto dal martire P. Antonio da Sora, suo compagno di missione.

 

Dopo circa 21 anni di attività apostolica in Albania, P. Angelo fece ritorno in provincia, non tanto per godere un meritato riposo, quanto per meglio prepararsi all'incontro con Sorella Morte, che lo trovò lieto e sereno.

 

.Estratto da: P. TEOFILO M. GIORDANO, Il Francescanesimo a Bracigliano