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I Simboli della Repubblica Italiana a cura di Giuseppe Liguori |
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| L'emblema | |
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| La lettura dell'emblema | |
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L'emblema della Repubblica Italiana è caratterizzato da tre elementi: la stella, la ruota dentata, i rami di ulivo e di quercia. La stella è uno degli oggetti più antichi del nostro patrimonio iconografico ed è sempre stata associata alla personificazione dell'Italia, sul cui capo essa splende raggiante. Così fu rappresentata nell'iconografia del Risorgimento e così comparve, fino al 1890, nel grande stemma del Regno unitario (il famoso stellone); la stella caratterizzò, poi, la prima onorificenza repubblicana della ricostruzione, la Stella della Solidarietà Italiana e ancora oggi indica l'appartenenza alle Forze Armate del nostro Paese. La ruota dentata d'acciaio, simbolo dell'attività lavorativa, traduce il primo articolo della Carta Costituzionale: "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro". Il ramo di ulivo simboleggia la volontà di pace della nazione, sia nel senso della concordia interna che della fratellanza internazionale; la quercia incarna la forza e la dignità del popolo italiano. Entrambi, poi, sono espressione delle specie più tipiche del nostro patrimonio arboreo. |
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| L'autore dell'emblema | |
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| Il tricolore | |
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l tricolore italiano quale
bandiera nazionale nasce a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, quando il
Parlamento della Repubblica Cispadana, su proposta del deputato Giuseppe
Compagnoni, decreta "che si renda universale lo Stendardo o Bandiera
Cispadana di Tre Colori Verde, Bianco, e Rosso, e che questi tre Colori si
usino anche nella Coccarda Cispadana, la quale debba portarsi da
tutti". Ma perché proprio questi tre colori? Nell'Italia del 1796,
attraversata dalle vittoriose armate napoleoniche, le numerose repubbliche
di ispirazione giacobina che avevano soppiantato gli antichi Stati
assoluti adottarono quasi tutte, con varianti di colore, bandiere
caratterizzate da tre fasce di uguali dimensioni, chiaramente ispirate al
modello francese del 1790. |
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| L'epoca napoleonica | |
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Nei tre decenni che seguirono il Congresso di Vienna, il vessillo tricolore fu soffocato dalla Restaurazione, ma continuò ad essere innalzato, quale emblema di libertà, nei moti del 1831, nelle rivolte mazziniane, nella disperata impresa dei fratelli Bandiera, nelle sollevazioni negli Stati della Chiesa. Dovunque in Italia, il bianco, il rosso e il verde esprimono una comune speranza, che accende gli entusiasmi e ispira i poeti: "Raccolgaci un'unica bandiera, una speme", scrive, nel 1847, Goffredo Mameli nel suo Canto degli Italiani. E quando si dischiuse la stagione del '48 e della concessione delle Costituzioni, quella bandiera divenne il simbolo di una riscossa ormai nazionale, da Milano a Venezia, da Roma a Palermo. Il 23 marzo 1848 Carlo Alberto rivolge alle popolazioni del Lombardo Veneto il famoso proclama che annuncia la prima guerra d'indipendenza e che termina con queste parole:"(.) per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell'unione italiana vogliamo che le Nostre Truppe(.) portino lo Scudo di Savoia sovrapposto alla Bandiera tricolore italiana." Allo stemma dinastico fu aggiunta una bordatura di azzurro, per evitare che la croce e il campo dello scudo si confondessero con il bianco e il rosso delle bande del vessillo. |
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| Il Risorgimento | |
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Nei tre decenni che seguirono il Congresso di Vienna, il vessillo tricolore fu soffocato dalla Restaurazione, ma continuò ad essere innalzato, quale emblema di libertà, nei moti del 1831, nelle rivolte mazziniane, nella disperata impresa dei fratelli Bandiera, nelle sollevazioni negli Stati della Chiesa. Dovunque in Italia, il bianco, il rosso e il verde esprimono una comune speranza, che accende gli entusiasmi e ispira i poeti: "Raccolgaci un'unica bandiera, una speme", scrive, nel 1847, Goffredo Mameli nel suo Canto degli Italiani. E quando si dischiuse la stagione del '48 e della concessione delle Costituzioni, quella bandiera divenne il simbolo di una riscossa ormai nazionale, da Milano a Venezia, da Roma a Palermo. Il 23 marzo 1848 Carlo Alberto rivolge alle popolazioni del Lombardo Veneto il famoso proclama che annuncia la prima guerra d'indipendenza e che termina con queste parole:"(.) per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell'unione italiana vogliamo che le Nostre Truppe(.) portino lo Scudo di Savoia sovrapposto alla Bandiera tricolore italiana." Allo stemma dinastico fu aggiunta una bordatura di azzurro, per evitare che la croce e il campo dello scudo si confondessero con il bianco e il rosso delle bande del vessillo. |
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| Dall'unità ai nostri giorni | |
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Il 14 marzo 1861 venne proclamato il Regno d'Italia e la sua bandiera continuò ad essere, per consuetudine, quella della prima guerra d'indipendenza. Ma la mancanza di una apposita legge al riguardo - emanata soltanto per gli stendardi militari - portò alla realizzazione di vessilli di foggia diversa dall'originaria, spesso addirittura arbitrarie. Soltanto nel 1925 si definirono, per legge, i modelli della bandiera nazionale e della bandiera di Stato. Quest'ultima (da usarsi nelle residenze dei sovrani, nelle sedi parlamentari, negli uffici e nelle rappresentanze diplomatiche) avrebbe aggiunto allo stemma la corona reale. Dopo la nascita della Repubblica, un decreto legislativo presidenziale del 19 giugno 1946 stabilì la foggia provvisoria della nuova bandiera, confermata dall'Assemblea Costituente nella seduta del 24 marzo 1947 e inserita all'articolo 12 della nostra Carta Costituzionale. E perfino dall'arido linguaggio del verbale possiamo cogliere tutta l'emozione di quel momento. PRESIDENTE [Ruini] - Pongo ai voti la nuova formula proposta dalla Commissione: "La bandiera della repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a bande verticali e di eguali dimensioni". (E' approvata. L'Assemblea e il pubblico delle tribune si levano in piedi. Vivissimi, generali, prolungati applausi.) |
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Lo stendardo presidenziale costituisce, nel nostro ordinamento militare e cerimoniale, il segno distintivo della presenza del Capo dello Stato e segue perciò il Presidente della Repubblica in tutti i suoi spostamenti. Viene innalzato sulle automobili, sulle navi e sugli aeroplani che hanno a bordo il Presidente; all'esterno delle Prefetture, quando il Capo dello Stato visita una città; all'interno delle sale dove egli interviene ufficialmente. Il nuovo stendardo presidenziale, che si ispira alla bandiera della Repubblica Italiana del 1802-1805, vuole legare maggiormente l'insegna del Capo dello Stato al tricolore, sia come preciso richiamo storico del nostro Risorgimento, sia come simbolo dell'unità nazionale. La sua forma quadrata e la bordatura d'azzurro simboleggiano le Forze Armate, di cui il Presidente della Repubblica è Capo. L'esemplare originale dello stendardo, qui riprodotto, è conservato nell'ufficio del Comandante del Reggimento Corazzieri. La
storia Dopo
la proclamazione della Repubblica, venne provvisoriamente adottata, quale
insegna del Capo dello Stato, la bandiera nazionale. Soltanto nel 1965, su
impulso del Ministero della Difesa, fu Fra
le varie ipotesi, l'allora Presidente Saragat scelse quella che prevedeva
il drappo d'azzurro, caricato dell'emblema della Repubblica in oro.
Entrambi i colori appartengono alla più Questo modello sarebbe durato sino al 1990, quando il Presidente Cossiga adottò un nuovo stendardo, costituito dalla bandiera nazionale bordata d'azzurro, introducendo anche un regolamento d'uso che ne moltiplicava l'utilizzazione e l'esposizione nelle cerimonie e negli edifici pubblici. Il modello 1990 durò solo due anni. All'inizio del suo mandato, infatti, il Presidente Scalfaro volle ripristinare lo stendardo del 1965, riducendo, però, le dimensioni dell'emblema della Repubblica. Questa foggia sarebbe rimasta in uso fino al 4 novembre 2000. |
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Dobbiamo
alla città di Genova Il Canto degli Italiani, meglio conosciuto come Inno
di Mameli. Scritto nell'autunno del 1847 dall'allora ventenne studente e
patriota Goffredo Mameli, musicato poco dopo a Torino da un altro
genovese, Michele Novaro, il Canto degli Italiani nacque in quel clima di
fervore patriottico che già preludeva alla guerra contro l'Austria.
L'immediatezza dei versi e l'impeto della melodia ne fecero il più amato
canto dell'unificazione, non solo durante la stagione risorgimentale, ma
anche nei decenni successivi. Non a caso Giuseppe Verdi, nel suo Inno
delle Nazioni del 1862, affidò proprio al Canto degli Italiani - e non
alla Marcia Reale - il compito di simboleggiare la nostra Patria,
ponendolo accanto a God Save the Queen e alla Marsigliese. Fu quasi
naturale, dunque, che il 12 ottobre 1946 l'Inno di Mameli divenisse l'inno
nazionale della Repubblica Italiana. Il poeta Goffredo
Mameli dei Mannelli nasce a Genova il 5 settembre 1827. Studente e poeta
precocissimo, di sentimenti liberali e repubblicani, aderisce al
mazzinianesimo nel 1847, l'anno in cui partecipa attivamente alle grandi
manifestazioni genovesi per le riforme e compone Il Canto degli Italiani.
D'ora in poi, la vita del poeta-soldato sarà dedicata interamente alla
causa italiana: nel marzo del 1848, a capo di 300 volontari, raggiunge
Milano insorta, per poi combattere gli Austriaci sul Mincio col grado di
capitano dei bersaglieri. Dopo l'armistizio Salasco, torna a Genova,
collabora con Garibaldi e, in novembre, raggiunge Roma dove, il 9 febbraio
1849, viene proclamata la Repubblica. Nonostante la febbre, è sempre in
prima linea nella difesa della città assediata dai Francesi: il 3 giugno
è ferito alla gamba sinistra, che dovrà essere amputata per la
sopraggiunta cancrena. Muore d'infezione il 6 luglio, alle sette e mezza
del mattino, a soli ventidue anni. Il musicista Michele Novaro nacque il 23 ottobre 1818 a Genova, dove studiò composizione e canto. Nel 1847 è a Torino, con un contratto di secondo tenore e maestro dei cori dei Teatri Regio e Carignano. Convinto liberale, offrì alla causa dell'indipendenza il suo talento compositivo, musicando decine di canti patriottici e organizzando spettacoli per la raccolta di fondi destinati alle imprese garibaldine. Di indole modesta, non trasse alcun vantaggio dal suo inno più famoso, neanche dopo l'Unità. Tornato a Genova, fra il 1864 e il 1865 fondò una Scuola Corale Popolare, alla quale avrebbe dedicato tutto il suo impegno. Morì povero, il 21 ottobre 1885, e lo scorcio della sua vita fu segnato da difficoltà finanziarie e da problemi di salute. Per iniziativa dei suoi ex allievi, gli venne eretto un monumento funebre nel cimitero di Staglieno, dove oggi riposa vicino alla tomba di Mazzini. . |
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